Un ufficiale dell'esercito, fra i protagonisti degli Ultimi giorni dell'umanità di Karl Kraus (tragedia in cinque atti con preludio ed epilogo) dice: non importa dove, l'importante è attaccare. In effetti la Grande Guerra fu segnata per gran parte della sua durata dall'idea francese dell'offensiva a oltranza: attaccare, attaccare, attaccare sfruttando la gigantesca molte degli eserciti moderni e la capacità dell'artiglieria di spianare la strada. Erano concetti napoleonici (Napoleone d'altra parte era morto da neppure un secolo e vivissimo era militarmente il suo ricordo) che assunsero il valore di dogma più o meno su tutti i fronti. Marchio di fabbrica di Joseph Joffre, li fece suoi Douglas Haig, il macellaio della Somme, se ne appropriò Luigi Cadorna che lanciò ripetute offensive sull'Isonzo. Senza alcun risultato, ma senza mai cambiare idea: la guerra non la vinsero infatti le baionette, ma la fame, mentre milioni di persone restavano uccise, mutilate, segnate a vita.


Il periodo che stiamo vivendo è stato da subito raccontato come una nuova guerra che, in un'epoca senza leva militare, si combatte contro un nemico a cui non è necessario sparare. Era inevitabile che prima o poi spuntasse in un ruolo chiave un militare ed infatti è arrivato nella figura del generale Figliuolo, a tutti sconosciuto come gran parte degli altri protagonisti fino a questi nuovi ultimi giorni dell'umanità, con tanto di atti, prologo, ma di ancora incerto epilogo. Il plenipotenziario del fronte esterno non è un esperto di salute pubblica, ma di logistica e a lui è stato affidato il compito della odierna offensiva a oltranza. Quando parla alla stampa, il generale pensa solo ai numeri: non importa in che direzione, non importa chi; si "accontenta" (sto citando) di 550-600.000 baionette al giorno.


Sembrano risuonare i comunicati di quei giorni del primo Novecento: oggi è stato lanciato un assalto di 500.000 uomini. Senza altre considerazioni, senza ragionare su ciò che si fa, senza porsi obiettivi realistici, senza che la stampa muova una critica. La quantità è l'unica cosa che conta, poco importano i danni collaterali e, soprattutto, gli effetti che si raggiungono. Però se di guerra davvero si tratta, il fronte interno ha la stessa importanza di quello esterno. E il fronte interno si sta sgretolando: qualcuno davvero pensava che si possano prender decisioni che sconvolgono la vita di una intera società senza innescare terribili reazioni a catena? Perfino in una classe di venti alunni una decisione può innescare dinamiche dannose, figurarsi quando si parla di decine di milioni di persone. L'allarme di oggi è la movida sfrenata e le risse, quello di domani sarà il buco culturale di una intera generazione, quello di dopodomani chissà.


Maurizio Cocco (15 giugno 2021)